DALLA PREFAZIONE DI Michele Sarrica


Adele Catalano, dopo cinque anni dalla sua prima pubblicazione,
"L'Ape Adele" (mi voglio raccontare), Edizioni Jò, 2011, si pre-
senta al suo pubblico con questa nuova silloge "Cieli Mancati".
Gesto concreto, significativo, per dimostrare, magari a se stessa,
che il suo amore per la poesia non è stato un fuoco di paglia, ma
un autentico rogo, un falò dove i principali combustibili sono la
passione e l'amore per l'arte.
Di solito si perviene alla pubblicazione del primo libro con una
certa incoscienza in quanto il desiderio del fare supera di gran
lunga l'analisi del come fare. Si è più estemporanei e meno re-
sponsabili. Con le successive pubblicazioni l'autore diventa più
esigente, sempre più autocritico. Con la maturità, acquisisce un
certo timore reverenziale nei confronti dell'arte, un rispetto più
profondo per la parola, per quello che scrive e per come lo scrive.
Diciamo che l'autore diventa più cosciente, lascia meno spazio al
caso e all'avventura propria dei grafomani.
Adele Catalano, conosce bene le palpitazioni emotive di questi
particolari momenti! Nella precedente pubblicazione, scrive, nella
"nota dell'autore": "Il creare è cresciuto con me; mi è stato sem-
pre a fianco come un amico fedele; il suo brusio, come quello di
un'ape laboriosa appunto, in un modo o nell'altro, si è fatto sem-
pre sentire. Se dapprima erano le mie mani a creare, adesso è la
mia anima o, specifico meglio, se prima lei si serviva dei miei oc-
chi, delle mie mani, adesso le bastano un cuore e, credo che si
chiami così, una musa ispiratrice per regalarsi e regalare al mon-
do gemme d'emozioni."
Questo era e rimane il suo limpido manifesto, e non solo poetico.
Oltre all'accenno ad una condizione fisica menomante e alla con-
sequenziale trasmigrazione artistica, dalla pittura alla poesia, qua-
si fosse un normale transito obbligatorio e indolore, dalle sue
stesse parole possiamo cogliere sia il "disagio", sia l'accettazione

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stessa del disagio, come se questi transiti, dalla luce al buio e dal-
la pittura alla poesia, facessero parte di una metamorfosi naturale,
pienamente accettata. La poesia, per Adele, è luce, alba "dagli im-
percettibili specchi / intrappolati nella brina sopra le foglie." E lei
ci racconta che "Come un pittore in esilio / i miei colori bramo /
dentro l'oscuro cielo di quest'isola / e mentre l'alba aspetto, con le
parole dipingo." (Come un pittore in esilio, Pag. 26 ).
Adele, come a volerci partecipare la sua estrema sensibilità, si of-
fre alla vita e alla poesia con estremo candore. Desidera farci co-
noscere il DNA della sua anima per condividerne le meraviglie
della poesia nata proprio in quel "laboratorio". Si offre all'arte con
amore e umiltà, come se si trattasse di una vecchia amica carissi-
ma con la quale condivide l'esistenza.