RISPOSTA A MISTER FACEBOOK

     Caro Facebook, tu mi domandi a cosa stavo pensando ed io, educatamente, devo pensarci prima di risponderti malamente e da vastaso. Dunque, prima della tua domanda, stavo pensando ai cabbasìsi miei, poi, dopo cena, stavo pensando a una delle mie ultime imprese memorabili, di quelle che lasciano il segno, una di quelle disavventure che traumatizzano anche i peli superflui dei pensieri futuri e trapassati.

L’ultima mia impresa degna di nota risale ai tempi dell’asilo quando sono scappato, (scappato vale come voce del verbo fuggire o voce del verbale di polizia: evadere) insieme alla mia compagnetta di banco, Lucia, anche lei troppo stanca di quella prigione governata da suore vestite tutte in nero, con la voce nera, le grida nerissime, gli occhi neri come il carbone nero, neri i denti bianchi e nere persino dentro la corteccia della loro anima insensibile.

Io e Lucia, potemmo fuggire grazie all’apertura della grande porta da parte del distratto panettiere in uscita. (Credimi, Face, nun nni parsi veru!) Allora, lo ricordo benissimo, non riuscivo ad arrivare alla maniglia nemmeno sulle punte dei piedi e vani erano risultati tutti i tentativi di salire sulle spalle della mia fedele compagna di evasione. E pensare che allora mi consideravo “grande”!

Bene, adesso, caro impiccione di un Facebook, per un paio di mesi vuoi lasciarmi in pace con queste domande del menga? Miii… nun si nni po cchiù!