UNA NOTTE AL PRONTO SOCCORSO (ti fa sentire in pace con la vita)

     A volte, quando discutiamo della vita e della salute, ne parliamo per avere vissuto magari un’esperienza dolorosa. Ce ne ricordiamo, poiché il “dolore” non si lascia dimenticare. A volte commentiamo magari per consolare un amico o un parente sicuri di dire delle sacrosante verità.

Però basta passare una notte presso un qualsiasi Pronto Soccorso di una qualsiasi città, dalle 4,45 fino alle ore 13,30, “obbligato” a vedere sfilare dinanzi ai tuoi occhi e alla tua coscienza una processione di dolenti come te o più di te, tutti bisognosi di urgentissime cure.

Passa una santa notte tra gente che geme, lettighe che mancano, sedie occupate, cretini che fumano, corridoi e sala d’aspetto stracolme, anche quelle dove sostano i pazienti che hanno ricevuto le prime cure.

Passa una felice notte tra “pazienti” in attesa che si esaurisca la flebo o che arrivi il responso di un esame, tra sguardi assenti, sguardi suppilicanti, il tuo dolore e tu che ti senti più male del vero male che ti angustia. All'improvviso ti rendi conto che il tuo cuore e diventato più piccolo di una nocciolina, pulsa appena. In compenso hai gli occhi sgranati, lucidi, più grandi di due cocomeri.

Prova a passare una notte così!

Sai cosa ti succede quando esci fuori da quel girone infernale? Ti chiedi se sei ancora vivo e per quale merito. Sei vivo ma non certo per il supporto psicologico ricevuto o per l''efficacia delle cure ricevute, ma perché, inaspettatamente, hai superato indenne la tua prova di “coraggio” e di “resistenza”. Credi persino di avere ricevuto un miracolato e a tua insaputa. E allora, quando ti rendi conto che sei ancora vivo, cosa fai? 

Esci fuori da quel manicomio, dove un giallo o un verde potevano fare la differenza tra vita e morte, e allora per prima cosa baci la terra (scegliendo un angolino igienicamente adatto) e poi, grato, sollevi lo sguardo e il pensiero verso l’alto, ringrazi chi di dovere e a voce alta, esclami: “minchia” quant’è bella ‘a saluti!