UN PO' DI RIPASSO PER NON DIMENTICARE


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PROBLEMI CHE  LASCIANO DORMIRE

       Dagli anni ’60 in poi, anni caldi e di trasformazione, nasceva e si affermava una certa poesia dai connotati socio-politici. Il suo scopo era quello di denunciare le angherie e i sorprusi subiti dal popolo siciliano. Il poeta-vate si ergeva a difensore dei diritti dei più deboli, puntualmente disattesi o calpestati da quel mostro che, sbrigativamente, identificavamo nella persona giuridica dello Stato, uno Stato di diritto senza cuore, sordo, ipocrita, ladro! Questo atteggiamento pseudo poetico, moralizzante, condiviso nei circoli culturali, negli articoli apparsi in alcuni periodici specializzati e avallato da molte Giurie anche meno specializzate, ha fatto sì che la poesia continuasse a banalizzarsi, a diventare fonte battesimale dove annegare i soprusi, le angherie, le miserie e le ingiustizie.

E così, grazie al sangue che scorreva tra i versi, specialmente tra i versi della poesia dialettale siciliana dove anche le fontane zampillavano di tale liquido rosso e anche blu, i buoni sentimenti si confusero con la buona poesia.  E la poesia, di conseguenza, diventò palestra di retorica, di narcisismo involutivo, di errato e ipocrita approccio con l'arte. Il poeta venne considerato profeta, missionario, cantore dei diritti e martire della giustizia.  

Bisogna anche evidenziare che molti componimenti monotematici dedicati alla mafia, alla violenza o all’amata terra, anche se non suffragati nemmeno da una pur pallida somiglianza con la “Poesia”, continuano ancora oggi a mietere consensi tra i moralisti, i bempensanti e la gente ipersensibile che più annaspa in quei pantani di sangue e miserie e più immagina di stare nuotando e affogando nel mare magnurm della divina poesia. Considerando tali stati d'animo obnubilati dalla pietas e considerando i premi e i premietti elargiti a piene mani a tali proclami umanitari, ritengo che ancora oggi si continua a non fare un buon servigio alla poesia e all'arte in genere.