LA POESIA È VOCE CHE "ditta dentro"

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ISBN-978-1-4716-6637-7 Edizione Lulu.com 2015 Lingua Italiano Pagine 80 Formato del file PDF Dimensioni del file 670.26 KB
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     Il poeta, come qualsiasi altro pensatore, è libero di esternare le sue ragioni, le sue emozioni, i sentimenti più intimi che coinvolgono la sua emotività. Come qualsiasi altro cittadino, gode della più totale libertà di parola e di espressione purché la sua libertà non vada a ledere o intaccare la dignità e la libertà altrui.

Se queste considerazioni hanno una loro validità universale, allora bisogna anche sostenere che il poeta non commette nessuna distrazione di capitale emotivo se non si lascia contaminare dall’attualità storica, se per motivi ignoti al suo pubblico, e forse anche a se stesso, scelga di non emulare il poeta “cronista”, il poeta "narratore", il poeta moralista.

Oggi, la più diffusa “scuola” di pensiero parareligioso, affibbia al poeta una funzione “evangelizzatrice” incoronandolo vate-profeta e, alla poesia, una funzione sociale rivelatrice che dovrebbe incunearsi nelle coscienze più coriacee per sensibilizzarle e trasformarle in qualcosa di più umano. Di conseguenza, il poeta che trascura certi fermenti socio-culturali, che non si lascia provocare da un avvenimento più o meno storicizzabile, non dovrebbe considerarsi poeta in quanto non scrive lacrimevoli e rugiadose cronache poetiche, né si manifesta quale missionario o redentore dell'ammalata società, ma si palesa come essere umano, un normalissimo essere umano strapieno di difetti, lontano dall'essere beatificato o dall'essere considerato vittima predestinata della sua martoriante sensibilità. 

In contrapposizione e da onesti pensatori, dovremmo ammettere che il poeta che non si lascia trasportare dagli eventi più o meno bellicosi, è un poeta doppiamente ammirevole per la sua silenziosa contro-rivoluzione. Ammirevole se in questi frangenti di trasformazione violenta decide di proporre le sue intime emozioni rivolte alla madre o alla sua amata, alla natura o al suo habitat. Emozioni che non tengono conto di nessuna “rivoluzione” sociale, di nessun atto vandalico o terrorista, di nessuna guerra in atto, di nessuna madre omicida, di nessuna azione criminale, di nessun femminicidio, ma sia semplicemente un poeta rimasto tra i binari dei suoi normalissimi ri-sentimenti, nella pista di decollo dei suoi stati d’animo più veri e più propensi ad emigrare in un foglio di carta bianco. 

Con ciò non intendo sostenere che il poeta non debba o non possa parlare di terrorismo, di guerra e di pace. Ci mancherebbe! In ogni caso, il poeta non dovrebbe dimenticare la propria storia, le proprie origini, la sua quotidianità. Non dovrebbe mettere da parte le sue emozioni più intime, né tacere tutto ciò che gratifica e impressiona la sua sensibilità per dare “sfogo”, principalmente, ai suoi onesti languori morali, alla sua giusta pretesa di giustizia, alla esasperata mania di essere alla moda e parlare, quindi, di torri gemelle, di desaparecidos, di mendicanti che bussano ai nostri finestrini allungandoci la mano, di bambini gettati nei cassonetti, tra i rifiuti di questa società.

La poesia è voce che “ditta dentro”, petulante, inarrestabile e ingarbugliata. Attraverso meccanismi irrazionali si amalgama con la quotidianità e con la vita. La poesia attraversa il tempo, lo storicizza, reinventa un incontro, ridisegna uno sguardo, un amore, una delusione, affida all’arte la sua commozione e la sua immortalità. La condizione primaria per essere poeta è, principalmente, quella di essere uomo.