Scrivere in dialetto siciliano o in lingua siciliana

Details
Publication Date
13/2/2012
Language italiano-siciliano
ISBN 9781471632938
Category Poesia
Copyright
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By (author): Michele Sarrica

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     Chi come me tenta di scrivere in siciliano o, se preferite, in lingua siciliana, cerca di attenersi a determinate regole sintattiche coerenti con una certa ufficialità senza disdegnare di tenere in grande considerazione alcuni localismi quali possibili varianti idiomatiche ortografiche esistenti nella nostra lingua. Basta percorrere brevissimi itinerari delle varie province siciliane per notare subito le diversificazioni fonetiche del nostro parlato e magari scoprire termini inediti. Ovviamente, qui si accenna, particolarmente, alla lingua siciliana scritta, un tantino più elevata del dialetto parlato in quanto testimone visibile di qualcosa che veste più dignitosamente il pensiero. Tale scritto rappresenta l'esempio concreto di testo letterario. Ovviamente molteplici sono i presupposti per definire o per pervenire a tale considerazione. Per assurgere a tale gratificante classificazione lo scritto dovrebbero avere, almeno, al suo interno, delle connotazioni coerenti, qualsiasi sia il metodo scelto dall'autore per offrire al pubblico la sua opera. Non è giustificabile leggere nello stesso testo dei vocaboli trascritti in maniera diversa.   

     Chi frequenta il dialetto siciliano o la lingua siciliana, sa benissimo che sono davvero molti i teoremi che ruotano attorno al problema "trascrizione" e uso della sintassi. Diciamo che tali teoremi sono da considerarsi quasi tutti validi perché tutti partono da un onesto punto di vista divulgativo di una "lingua" blasonata in cui si crede e si continua a scriverla, magari in diversi modi e maniere. Spesso, però, le prove pratiche hanno una peculiarità diversa dalle sbandierate teorie e non sempre coincidono con gli enunciati. Come capita in tante altre opere dell'uomo, tra il dire e il fare c'è sempre di mezzo il mare. Anche gli assertori o i seguaci del fonografismo sanno benissimo che devono farsi intendere da chi legge e non da chi ascolta, e la differenza non è da sottovalutare specialmente se si tiene conto che spesso il parlato è accompagnato dalla gestualità e dalla mimica. Quindi, anche se un siciliano che si sposta dal proprio paese di appena pochi chilometri non riesce a comprendere del tutto alcuni localismi, basta considerare la gestualità per pervenire ad una chiara interpretazione del significato. Ma questo offrirsi al pubblico da parte degli autori può davvero bastare? Non sarebbe più ragionevole pervenire all’applicazione della sintassi, della grammatica e dell'ortografia per tramandare la propria opera attraverso la scrittura?

     Un'altra cosa che ogni tanto mi sono chiesto è come dovrebbe essere considerato, oggi, il siciliano: dialetto o lingua? Ovviamente non mancano gli esempi in cui poeti dialettali privi anche delle più elementari cognizioni grammaticali siano da considerarsi poeti. Ma questo è un altro discorso, un esempio che allontanerebbe dal motivo principale di queste considerazioni. 

    I diversi poeti e linguisti spesso hanno modi divergenti nel definire le opere trascritte foneticamente o le opere scritte e tramandate secondo una più consolidata applicazione dei più elementari suggerimenti grammaticali. Tali studiosi tengono in considerazione due aspetti generali e fondamentali del problema, ognuno degno d'attenzione. C’è chi sostiene che il siciliano sia una lingua perché ha una grammatica, una precisa ortografia e un dizionario aggiornatissimo, oltre ad avere avuto dei nobili sostenitori. Per sostenere e avvalorare la tesi del siciliano lingua e non dialetto, gli assertori di questa teoria mettono in campo esempi e conoscenze. In loro si evidenzia il desiderio d'indirizzare a una scrittura più coerente e uniforme. Lo scopo è quello di ottenere una lingua scritta comune, da Trapani a Messina, da Caltanissetta a Catania, da Siracusa a Enna. E qui ci vengono in aiuto le ricerche portate avanti da alcuni studiosi della lingua siciliana e, soprattutto, gli esempi di tanti poeti che si prodigano per poter pervenire ad una sospirata koinè, non ancora realizzata pienamente e, forse, totalmente irrealizzabile.   

    C’è invece chi sostiene che il siciliano sia un dialetto e come tale ognuno dovrebbe scriverlo secondo il luogo di origine e secondo un dettato fonetico primitivo del luogo. Il fine sarebbe quello di non perdere traccia delle proprie radici socio-culturali. E anche questa tesi ha diversi sostenitori e valide motivazioni. Chi la promuove non credo lo faccia per deprezzare la lingua che adotta chi è alla ricerca di una sospirata koinè ma, piuttosto, per quell'amore che prova nel farla conoscere, nel tentativo di mantenerla "viva".

     Malgrado la mia propensione al raggiungimento di una koiné, non credo che basti uno slogan per inculcare nella mentalità dei giovani che la nostra è lingua e non dialetto, specie in quei giovani che rimproveriamo nelle scuole perché si esprimono in siciliano, quei giovani che rimproveriamo a casa per lo stesso motivo, quei giovani che continuiamo a guardare con sospetto perché si esprimono in siciliano.

     Sono del parere che la migliore scuola sia quella di mettere in pratica la teoria diffondendo anche tra i giovani le opere scritte in siciliano. Ritengo importante, inoltre, favorire particolarmente anche lo studio della nostra lingua e della nostra storia. In ogni caso è fondamentale l'amore che abbiamo per le nostre profonde radici. Mi auguro che questa breve dissertazione stimoli a chiarire maggiormente il concetto di lingua e di dialetto. Personalmente sostengo che il dialetto siciliano sia una lingua che rispetto alla lingua italiana ha perso la sua "battaglia". A tal proposito, possiamo benissimo sostenere che anche l'Italiano, rispetto a molte altre lingue più parlate, più scritte e più conosciute nel mondo, sia un dialetto.

     Non me ne vogliano i linguisti, i puristi e gli studiosi della nostra lingua siciliana se il mio discorso non è definitivo né esaustivo, ma solo passibile di approfondimento.