SCRIVERE IN DIALETTO SICILIANO O IN LINGUA SICILIANA?

    Chi come me tenta di scrivere in siciliano o, se preferite, in lingua siciliana, cerca, ovvia­mente, di attenersi a determinate regole sintatti­che coerenti con una certa ufficialità senza di­sdegnare di tenere in grande considerazione al­cuni localismi quali possibili varianti idiomati­che ortografiche esi­stenti nella nostra lingua. Ba­sta percorrere bre­vissimi itinerari delle varie pro­vince siciliane per notare subito le diversifica­zioni fonetiche del no­stro parlato e magari sco­prire termini inediti. Ov­viamente, qui si accenna, particolarmente, alla lingua siciliana scritta, un tantino più elevata del dialetto parlato in quanto testimone visibile di qualcosa che veste più di­gnitosamente il pen­siero. Tale scritto rappresenta l'esempio concreto di testo letterario.

      Molteplici sono i presupposti per definire o per pervenire a tale considerazione. Per assur­gere a tale gratificante classificazione lo scritto dovreb­bero avere, al­meno, al suo interno, delle conno­tazioni coerenti, qualsiasi sia il metodo scelto dall'autore per of­frire al pubblico la sua opera. Non è giustificabile leggere nello stesso testo dei vocaboli trascritti in maniera diversa solo perché pronunciati con toni diversi!    

     Chi frequenta il dialetto siciliano sa benissimo che sono davvero molti i teoremi che ruotano at­torno al problema "trascri­zione" e all’uso della sintassi. Diciamo che tali teo­remi sono da consi­derarsi quasi tutti validi per­ché tutti partono da un onesto punto di vista di­vulgativo di una "lin­gua" blasonata in cui si crede e si continua a scri­verla, magari in diversi modi e maniere. Spesso, però, le prove pratiche hanno una peculiarità di­versa dalle sbandierate teorie e non sempre coin­cidono con gli enunciati. Come capita in tante al­tre opere dell'uomo, tra il dire e il fare c'è sempre di mezzo il mare. Anche gli assertori o i seguaci del fonografismo sanno benissimo che devono farsi intendere da chi legge e non da chi ascolta, e la differenza non è da sottovalutare special­mente se si tiene conto che spesso il parlato è ac­compagnato dalla ge­stualità e dalla mimica. Quindi, anche se un sici­liano che si sposta dal proprio paese di appena pochi chilometri non rie­sce a comprendere del tutto alcuni localismi, ba­sta considerare la ge­stualità per pervenire ad una più chiara interpre­ta­zione del significato. Ma questo offrirsi al pub­blico da parte degli autori può davvero bastare? Non sarebbe più ra­gione­vole pervenire all’appli­cazione della sintassi, della grammatica e dell'ortografia per tra­man­dare la propria opera attraver­so la scrittura?

     Un'altra cosa che ogni tanto mi sono chiesto è come dovrebbe essere considerato, oggi, il sici­liano: dialetto o lingua? Ovviamente non man­cano gli esempi in cui poeti dialettali privi anche delle più elementari cognizioni grammaticali siano da considerarsi poeti. Ma questo è un altro discorso, un esempio che allontanerebbe dal mo­tivo principale di queste considerazioni. I diversi poeti e linguisti spesso hanno modi divergenti nel definire le opere trascritte foneti­camente o le opere scritte e tramandate secondo una più consolidata applicazione dei più elemen­tari suggerimenti grammaticali. Tali studiosi ten­gono in considerazione due aspetti generali e fondamen­tali del problema, ognuno degno d'at­tenzione. C’è chi sostiene che il siciliano sia una lingua perché ha una grammatica, una precisa or­togra­fia e un dizionario aggiornatissimo, oltre ad avere avuto dei nobili sostenitori. Per sostenere e avvalorare la tesi del siciliano lingua e non dia­letto, gli assertori di questa teoria mettono in campo esempi e conoscenze. In loro si evidenzia il desiderio d'indirizzare a una scrittura più coe­rente e uniforme. Lo scopo è quello di ottenere una lingua scritta comune, da Trapani a Messina, da Caltanissetta a Catania, da Siracusa a Enna. E qui ci vengono in aiuto le ricerche portate avanti da alcuni studiosi della lingua siciliana e, soprat­tutto, gli esempi di tanti poeti che si prodigano per poter pervenire ad una sospirata koinè, non ancora realizzata pienamente e, forse, totalmente irrealizzabile. C’è invece chi sostiene che il sici­liano sia un dialetto e come tale ognuno do­vreb-be trascriverlo secondo il luogo di origine e se­condo un dettato fonetico primitivo del luogo. Il fine sarebbe quello di non perdere traccia delle proprie radici socio-culturali. E anche questa tesi ha diversi so­stenitori e valide motivazioni. Chi la promuove non credo che lo faccia per campani­lismo o per deprezzare la lingua più letteraria che adotta chi è alla ricerca di una sospirata koinè! Semmai per quell'amore che prova nel divulgarla allo scopo di mantenerla “viva”. malgrado la mia propensione al raggiungi­mento di una koiné, non credo che basti uno slo­gan per inculcare nella mentalità dei giovani che il siciliano è lingua e non dialetto, specie in quei giovani che rimproveriamo nelle scuole perché si esprimono in siciliano, quei giovani che rim­proveriamo a casa per lo stesso motivo, quei gio­vani che continuiamo a guardare con sospetto perché si esprimono in siciliano. Sono del parere che la migliore scuola sia quella di mettere in pratica la teoria diffondendo anche tra i giovani le opere scritte in siciliano. Ritengo importante, inoltre, favorire particolar­mente anche lo studio della nostra lingua e della nostra storia. In ogni caso è fondamentale l'a­more che abbiamo per le nostre profonde radici. Mi auguro che questa breve dissertazione stimoli a chiarire maggiormente il concetto di lingua e di dialetto.  

     Personalmente sostengo che il siciliano sia una lingua che rispetto alla lingua italiana abbia perso la sua "battaglia". A tal propo­sito, possiamo benissimo sostenere che anche l'I­taliano, rispetto a moltissime altre lingue più parlate, più scritte e più conosciute nel mondo, sia un dia­letto. Non me ne vogliano i linguisti, i puristi e gli studiosi della nostra lingua siciliana se il mio di­scorso non è definitivo né esaustivo, ma solo pas­sibile di approfondimento.