Chi scrive dovrebbe limitarsi soltanto a scrivere!

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     Quando si scrive un racconto o un ibro per ragazzi e si proviene da altre estrinsecazioni artistiche, nello scrittore si viene a creare uno scompenso tra il suo modus di pensare e il suo modus di scrivere. Vorrebbe “trasformarsi” in folletto per meglio capire se i ragazzi comprendono il suo dire o se hanno difficoltà nel seguire la sua storia. In lui si vengono a crearsi degli scrupoli, dei dilemmi. E allora s’impone dei confini, dei limiti, sia di stile che di pensiero: si auto censura. Evita di usare alcune parole credute roboanti, poco quotidiane, non proprio facili da comprendere.

    E così, lo scrittore, mette a riposo le parole ritenute meno usuali, evita i pensieri complessi, quelli che secondo il suo giudizio potrebbero indispettire il giovane lettore e, caso più eclatante, mette in ibernazione la sua fantasia. Estrae dai suoi “cassetti” gli elementi più caratteristici che di solito compongono una bella favoletta (fata, principessa, re e principe azzurro) e dopo una bella scekerata e una bella riverniciata, ecco pronta la sua nuova storiella. 

   L’editore è contento, i ragazzi di meno, lo scrittore per niente. Si sente frustrato in quanto sa benissimo di non aver creato un bel nulla, di non aver saputo inventare nemmeno una pagina di tutto ciò che ha offerto al suo giovane pubblico.

   Un altro problema, nello scrittore, nasce quando costruisce a tavolino la sua storia senza averla filtrarla attraverso la creatività. E in questo caso non è difficile avvertire gli echi di altre “avventure”, d’intravedere le “impronte” lasciate da altri personaggi. 

     Chi scrive dovrebbe limitarsi soltanto a “scrivere”! Non è un aforisma paradossale o un gioco di parole! Soltanto se non si hanno pregiudizi e si è liberi da inutili e ingombranti preconcetti si riesce a scrivere bene, in maniera originale. Soltanto se non si è schiavi delle tradizioni si riesce a fare della letteratura un trampolino per andare oltre, per oltrepassare la soglia di quel limite acquisito nel tentativo di trovare le origini e l’originalità che ogni arte custodisce nei suoi geni, come un marchio di riconoscimento. 

     Noi, pensiamo, a torto, che i ragazzi non abbiano i mezzi per comprendere, la capacita intellettiva per elaborare un’idea, un’opinione. Che siano privi di quella maturità culturale per interiorizzare un concetto o una frase che si eleva un pochino dal banale e dal quotidiano. Noi pensiamo, a priori, che tutto sia difficile per loro e, spesso, impossibile. E così, qualche scrittore che condivide tale opinione, evita di formulare dei concetti ritenuti “elevati”, evita di esprimere concetti filosofici, e non usa metafore inconsuete. Insomma, fa di tutto affinché il suo discorso non diventi troppo concettuale e i vocaboli scelti e adoperati siano abbastanza “logori” e usuali, facilmente “digeribili” da quella fascia di giovani lettori a cui è destinato il suo libro.

     Se un autore per ragazzi, o lo scrittore in genere, continua a scrivere soltanto per contratto o scrive senza donarsi libero alla creatività, allora difficilmente potrà pervenire ad un’opera originale, ad un Pinocchio che cambi le regole della scrittura e della stessa origine dell’esistenza e metta le ali alla fantasia dei lettori di tutte le età e di parecchie generazioni.